Giunge l'emigrato
nella nuova città
dal volto sconosciuto.
Nel ginepraio
d'una confusione animata,
va con passo incerto
per una strada senza meta.
Si sente smarrito, stralunato.
Muto e silenzioso
tutto osserva
e tutto diverso vede
da quel che ha lasciato
al suo paesetto.
Là, nella nuova città
Dal volto sconosciuto,
cerca qualcosa che vuol trovare;
qualcosa per la quale
ha solcato il cielo
ha varcato il mare.
Cerca in ogni uomo
un volto amico,
in ogni casa
un angolo ospitale,
in ogni fabbrica
un posto di lavoro.
Ogni spiraglio che s'apre
è un fremito di gioia,
ogni rifiuto
una lacrima di pianto.
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domenica 23 agosto 2015
Giunge l'emigrato in cerca di lavoro
Pubblicato da
Vincenzo
domenica 28 settembre 2014
24 ANNI FA' LA STIDDA UCCIDEVA ROSARIO LIVATINO, GIUDICE E SERVO DI DIO
Pubblicato da
Vincenzo
Il 21 settembre del 1990, alle 8 del mattino, a Canicattì, Rosario Livatino era salito a bordo della propria Ford amaranto per andare al lavoro al Tribunale di Agrigento. Mancavano appena due settimane al suo 38° compleanno.
Alle 8.30 sulla statale 640 Agrigento-Caltanissetta veniva raggiunto da un commando e barbaramente trucidato. Il giudice Livatino non aveva scorta, nonostante fosse stato vittima di numerose minacce ed intimidazioni. Oggi sulla stele che ricorda il luogo dell’esecuzione ci sono centinaia di fiori.
Portati da chi non ha dimenticato l’ennesima vittima dello Stato, un giovane coraggioso e timido, che rifuggiva la notorietà ma faceva tremare i mafiosi.
Portati da chi non ha dimenticato l’ennesima vittima dello Stato, un giovane coraggioso e timido, che rifuggiva la notorietà ma faceva tremare i mafiosi.
Dopo la sua morte, abbiamo imparato a conoscere dalle pagine dei giornali il suo viso pulito e lo sguardo limpido. E a fare i conti con la tenerezza e la rabbia suscitata dal triste epilogo della vita del “giudice ragazzino”.
Ad ucciderlo, quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, individuati grazie alle dichiarazioni di un testimone oculare, Pietro Nava. Per l’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Paolo Amico, Domenico Pace – catturato in Germania – Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. Ergastolo anche per i mandanti: Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Paria e Giuseppe Montanti, arrestato ad Acapulco, in Messico.
Rosario Livatino aveva messo in ginocchio la Stidda attraverso la confisca dei beni. Ne era fermamente convinto: senza le risorse economiche necessarie all’organizzazione dei clan, la criminalità non poteva evitare di compiere quei passi falsi utili a svelare i traffici illeciti. Le sue ricerche si erano concentrate soprattutto sulle intricate relazioni tra uomini della pubblica amministrazione, imprenditori e politici, anticipando quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana.
Ma Rosario Livatino era molto di più. Aveva saputo coniugare l’impegno im magistratura e le lunghe giornate trascorse in tribunale con una interiorità profondamente permeata dagli insegnamenti del Vangelo. “Martire della giustizia e indirettamente della fede”: così lo definì Giovanni Paolo II.
Il giudice ragazzino infatti, potrebbe salire agli onori degli altari. E in tutta Italia, ed in particolar modo nell’Agrigentino, da tempo è ritenuto da molti dispensatore di grazie e intercessore celeste.
Già nel 1993 la Curia di Agrigento ha incaricato Ida Abate, insegnante di Livatino e custode dei suoi scritti, di raccogliere testimonianze utili per la causa di beatificazione. Il 19 luglio del 2011 il vescovo di Agrigento ha firmato il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì.
Qualche settimana fa l’ennesima importante testimonianza. Sul cellulare di don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione e cugino del giudice, è arrivata la telefonata di una signora pugliese di 50 anni: “Avevo la leucemia e il giudice Livatino mi ha guarita”.
“Ho sentito anche i familiari di questa signora – ha dichiarato alla stampa don Livatino – che mi hanno confermato che la loro congiunta era malata di leucemia e che ben poche erano le speranze di una guarigione. Mi hanno detto che mi manderanno una relazione e copia degli esami e delle certificazioni dei medici. Attendiamo intanto questi documenti per cominciare ad esaminare il caso”.
Agli atti, anche il fascicolo riguardante un’altra guarigione attribuita al giudice ragazzino, quella di Elena Valdetara Canale di Pavia.
Nel 1993 la signora scoprì di avere una leucemia all’apparato linfatico. Poco tempo dopo sognò un uomo che non conosceva, in abiti sacerdotali. “La forza di guarigione è dentro di te – le disse – quando la trovai riuscirai a guarire a aiuterai gli altri bambini”.
Nel 1996, dopo essersi sottoposta ad estenuanti cicli terapeutici, la signora Elena, sfogliando un giornale, vide la foto del giudice ragazzino e riconobbe il volto dell’uomo che aveva sognato tre anni prima e di cui l’articolo descriveva le grandi virtù cristiane.
“Il 20 settembre del 1996, eravamo alla vigilia del sesto anniversario del martirio di Livatino – ha dichiarato la donna – e le analisi radiologiche mostrarono la recessione della malattia. Da allora io sto bene, sono guarita”.
Rosario Livatino attualmente è servo di Dio. “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”: è questo l’insegnamento più importante del giudice ragazzino.
venerdì 5 settembre 2014
Anticonformismo o Conformismo?
Pubblicato da
Vincenzo
In questa breve sintesi vogliamo stuzzicare il lettore di quelle che sono le convinzioni per le quali molti di noi credono di essere anticonformisti senza rendersi conto di quanto in realtà siano il contrario.
Col crescente sviluppo della civiltà il gruppo di cui facciamo parte si allarga; diventa la cittadinanza nella polis.
Anche il povero romano si sentiva orgoglioso perché poteva dire << civis romanus sum >>; Roma e l’Impero erano la sua famiglia, la sua casa, il suo mondo.
Anche nella nostra civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento.
È l’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.
Basti capire il potere della paura di essere diversi, il terrore di trovarsi soli, se pure a qualche passo di distanza dal gregge. La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.
La crescente tendenza all’eliminazione delle differenze è strettamente legata al concetto d’uguaglianza.
Per uguaglianza, nella società contemporanea, s’intende l’uguaglianza degli automi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo.
Sotto questo aspetto bisogna guardare anche ad alcune conquiste, generalmente usate come segni del nostro progresso, come a esempio l’uguaglianza di diritti della donna. Gli aspetti positivi di questa conquista non devono trarre in inganno. L’uguaglianza è ottenuta a questo prezzo: le donne sono uguali perché non sono più differenti.
La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro per farli funzionare in una massa compatta; tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell’uomo. Questa standardizzazione è chiamata <>.
L’unione ottenuta non è, però, né intensa né profonda; è superficiale. Inoltre, è una soluzione che riguarda la mente, e non il corpo, e anche per questo motivo fallisce.
La soluzione completa sta nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore.
Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l’umanità non sopravvivrebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamo <> la conquista dell’unione interpersonale, ci troviamo in serie difficoltà. La fusione può essere raggiunta in diversi modi, e le differenze non sono meno importanti di quanto v’è in comune tra le varie forme d’amore. Ma sono poi tutte forme d’amore? Oppure dobbiamo riservare la parola <> a una particolare unione, che è stata la virtù ideale di tutte le grandi religioni e dei sistemi filosofici di quattromila anni di civiltà orientale e occidentale?
Come sempre nelle difficoltà semantiche, la risposta può essere solo arbitraria.
LA MORTE NON E' NIENTE
Pubblicato da
Vincenzo
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
giovedì 17 ottobre 2013
Pubblicato da
Vincenzo
MENFI
MUORE DON ANGELO IACOPINELLI, SACERDOTE
PRESSO LA PAROCCHIA MARIA SS. ADDOLORATA.
| Don Angelo Iacopinelli |
Da ieri purtroppo la nostra comunità piange la scomparsa di
Don Angelo Iacopinelli, da più di 40 anni parroco presso la
parrocchia Maria SS. Addolorata. Padre Angelo è spirato
dopo tantissime sofferenze. Le esequie avverranno oggi
giovedì 17 ottobre alle 15:30 presso la Chiesa Madre.
Ed ora permettetemi di esprimere un mio personale ricordo
del "Don", egli è stato un mio punto di riferimento, non solo
perchè mi ha Battezzato, Celebrato la mia Prima Comunione
e infine anche la Cresima, ma anche perchè era una
persona schietta, caritatevole e pronta ad ascoltarti con
umiltà e semplicità. La sua Fede era semplice fatta di parole
giuste dette nei momenti in cui ne avevi bisogno.
Ed ora,caro "Don" sono sicuro che tornando nella Casa del
Padre, tu veglierai su tutti noi.
Grazie Don Angelo.
Un tuo parrocchiano.
sabato 31 marzo 2012
SPAM: Il nuovo facebook rosa/rosso
Pubblicato da
Vincenzo
Oggi scrivo questo post perché vorrei evitare che tutti coloro i quali usano Facebook, è sono milioni, incappino nell'ennesima frode che purtroppo vede come protagonista questo famosissimo social network, infatti è da tempo che circolano post riguardanti una nuova applicazione che permette non solo di ritornare al vecchio tipo di profilo Facebook ma addirittura di cambiargli colore da blu a rosa o da blu a rosso.
Il tutto per cosa? Per farci scaricare un Plug-In che permetterà l'accesso a tutti i siti che visitiamo.
Per chiunque l'abbia fatto, è consigliabile rimuovere il post automaticamente pubblicatosi nella bacheca, quando si utilizza l'applicazione, oltre a cambiare password.
L'unica applicazione che ci permette di cambiare colore a Facebook è Facebook Colour Changer compatibile solo con Google Chrome.
Spero di essere stato utile.
Il tutto per cosa? Per farci scaricare un Plug-In che permetterà l'accesso a tutti i siti che visitiamo.
Per chiunque l'abbia fatto, è consigliabile rimuovere il post automaticamente pubblicatosi nella bacheca, quando si utilizza l'applicazione, oltre a cambiare password.
L'unica applicazione che ci permette di cambiare colore a Facebook è Facebook Colour Changer compatibile solo con Google Chrome.
Spero di essere stato utile.
lunedì 10 ottobre 2011
In ricordo di Simone Neri e di tutte le vittime di Giampilieri
Pubblicato da
Vincenzo
"C'è un bambino che piange. Vado a
salvarlo" - Pasquale Simone Neri - Medaglia d'oro al valor civile.
Messina, 15 ottobre 1979 – Messina, 1º ottobre 2009.Simone Neri, “l’eroe
per caso” di Giampilieri. E’ morto sotto al fango dopo aver salvato
otto persone. Simone Neri era un ragazzo di 28 anni che viveva a
Giampilieri in provincia di Messina. Simone sognava come tutti di farsi
presto una famiglia: era Sottocapo di prima classe in Marina e viene
ricordato come un ragazzo per bene: ricordato perché ora non c’è più
essendo morto sotto al fango. Simone è diventato un “eroe per caso”: si
era salvato dalla valanga salendo sul tetto di casa da cui era ridisceso
solo per aiutare la gente che era rimasta intrappolata nel fango. Il
primo era un vicino che urlava disperato sotto le macerie della sua casa
crollata, poi una donna anch’essa intrappolata che è stata presa in
braccio e portata in salvo sopra il tetto sicuro. Simone Neri è andato
ad aiutare la gente per ben otto volte; poi alle 21.00 ha telefonato per
l’ultima volta alla sua ragazza per dirle «c’è un bambino che piange,
vado a salvarlo. Qualsiasi cosa succeda, ricordati che ti amo». Questa
volta però Simone non è più tornato.«Per non dimenticare Simone Neri»
Medaglia d'oro al valore civile 1 ottobre 2011.
sabato 8 ottobre 2011
Agli Eroi Silenziosi, Onore all'Arma e al Tenente Marco Pittoni
Pubblicato da
Vincenzo
Il Tenente Marco Pittoni era nato a Sondrio il 30 settembre del 1975.
Vissuto in Sardegna, a Giba, paese del Sulcis a una ottantina di
chilometri da Cagliari dove vivono ancora i genitori e una sorella, si
era arruolato nei Carabinieri nel 1997. Quale Maresciallo fu destinato
in Piemonte come istruttore alla scuola allievi di Fossano. Fu poi
impiegato per due anni alla Stazione Carabinieri di Lesa,
in provincia di Novara e tre anni al Nucleo Operativo della Compagnia
Carabinieri di Bitti, in provincia di Nuoro. Frequentò, poi, il corso
ruolo speciale della Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, al termine
del quale fu nominato sottotenente. Dal 10 settembre dello scorso anno
aveva assunto il Comando della Tenenza Carabinieri di Pagani, in
sostituzione del Tenente Giuseppe Castrucci che era stato trasferito in
Sardegna, quale comandante del Nucleo Operativo e Radiomobile della
Compagnia Carabinieri di Porto Torres. Nonostante i pochi mesi
trascorsi nell’agro, Pittoni si era già fatto notare per la passione e
la determinazione con la quale agiva quotidianamente.
martedì 13 settembre 2011
LA STORIA DI GIULIA. È MORTA MA CE L'HA FATTA
Pubblicato da
Vincenzo
Questa è la storia di Giulia Gabrieli,
14 anni, malata di tumore. Sappiate fin da subito che Giulia ce l'ha
fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua,
nel quartiere di San Tomaso de' Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla
Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani.
Eppure ce l'ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l'ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L'importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio». Giulia era fatta così: diceva queste cose enormi, che a noi adulti tremolanti sembrano impronunciabili, con la lievità dei suoi 14 anni.
Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un'esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato.
Aveva il talento della scrittura (due volte premiata al concorso letterario «I racconti del parco»). Amava inventarsi storie fantastiche, avventurose. Per questo paragonava la sua malattia a un'avventura. E rifletteva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! Se gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono "Dai che ce la fai!", è quello che ci dà la forza di andare avanti. Se questo non succede ti chiedi: perché vanno così lontano? Se hanno paura, allora devo temere anch'io… Perché dovrei lottare per la guarigione se nessuno mi sta accanto?». Non solo conosceva perfettamente la sua malattia, ma aveva imparato a distinguere ogni farmaco, ogni risvolto tecnico delle chemioterapie. Con la sua amabile ma dirompente personalità non lesinava consigli (eufemismo, sarebbe meglio dire direttive) a medici e infermieri dell'oncologia pediatrica di Bergamo. In più ci aggiungeva la sua decisiva flebo di allegria: «Se trovi la forza per pensare: eh va be', vado in ospedale, faccio una chemio e poi torno a casa, è tutta un'altra cosa. Certo anch'io quando sto male mi chiedo: perché è successo proprio a me? Poi però quando sto meglio dico: "Massì, dai, è passato". Ci rido anche sopra...».
Eppure ce l'ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l'ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L'importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio». Giulia era fatta così: diceva queste cose enormi, che a noi adulti tremolanti sembrano impronunciabili, con la lievità dei suoi 14 anni.
Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un'esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato.
Aveva il talento della scrittura (due volte premiata al concorso letterario «I racconti del parco»). Amava inventarsi storie fantastiche, avventurose. Per questo paragonava la sua malattia a un'avventura. E rifletteva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! Se gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono "Dai che ce la fai!", è quello che ci dà la forza di andare avanti. Se questo non succede ti chiedi: perché vanno così lontano? Se hanno paura, allora devo temere anch'io… Perché dovrei lottare per la guarigione se nessuno mi sta accanto?». Non solo conosceva perfettamente la sua malattia, ma aveva imparato a distinguere ogni farmaco, ogni risvolto tecnico delle chemioterapie. Con la sua amabile ma dirompente personalità non lesinava consigli (eufemismo, sarebbe meglio dire direttive) a medici e infermieri dell'oncologia pediatrica di Bergamo. In più ci aggiungeva la sua decisiva flebo di allegria: «Se trovi la forza per pensare: eh va be', vado in ospedale, faccio una chemio e poi torno a casa, è tutta un'altra cosa. Certo anch'io quando sto male mi chiedo: perché è successo proprio a me? Poi però quando sto meglio dico: "Massì, dai, è passato". Ci rido anche sopra...».
lunedì 13 giugno 2011
SCRIVERE D'AMORE
Pubblicato da
Vincenzo
Perché si scrive una lettera d’amore?
Due sono le ragioni principali. La prima per chiedere qualcosa in cambio al destinatario: amore o almeno un po’ di affetto o attenzione; perdono per una colpa, vera o presunta. Oppure per esprimere, finalmente e liberamente, tutto ciò che sentiamo dentro: amore appunto, dolore, passione e così via.
Che cosa spinge a scrivere una lettera d’amore?
Basta poco: una fotografia, una musica, un film, un libro. Cose vissute insieme o che avreste sognato di condividere con lei; cose apparentemente dimenticate, cose che volete far conoscere. Perché basta poco ed è come se lei fosse lì, davanti a voi.
La lettera d’amore può esprimere felicità ma, al contrario, dolore.
La prima esprime la piena liberazione dell’anima, del cuore e della mente, che volano verso un misterioso e invisibile punto d’incontro con la persona amata.
Le seconde, invece, esprimono il contrasto tra l’ideale desiderato da noi e la realtà così diversa.
Demostene, grande oratore dell’antica Grecia, sosteneva infatti che << Nulla è più facile che illudersi, poiché l’uomo crede vero ciò che desidera >>.
Due sono le ragioni principali. La prima per chiedere qualcosa in cambio al destinatario: amore o almeno un po’ di affetto o attenzione; perdono per una colpa, vera o presunta. Oppure per esprimere, finalmente e liberamente, tutto ciò che sentiamo dentro: amore appunto, dolore, passione e così via.
Che cosa spinge a scrivere una lettera d’amore?
Basta poco: una fotografia, una musica, un film, un libro. Cose vissute insieme o che avreste sognato di condividere con lei; cose apparentemente dimenticate, cose che volete far conoscere. Perché basta poco ed è come se lei fosse lì, davanti a voi.
La lettera d’amore può esprimere felicità ma, al contrario, dolore.
La prima esprime la piena liberazione dell’anima, del cuore e della mente, che volano verso un misterioso e invisibile punto d’incontro con la persona amata.
Le seconde, invece, esprimono il contrasto tra l’ideale desiderato da noi e la realtà così diversa.
Demostene, grande oratore dell’antica Grecia, sosteneva infatti che << Nulla è più facile che illudersi, poiché l’uomo crede vero ciò che desidera >>.
venerdì 29 aprile 2011
LA MORTE NON E' NIENTE
Pubblicato da
Vincenzo
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
sabato 18 dicembre 2010
VIOLENZA OCCULTA
Pubblicato da
Vincenzo

C’è un bambino dimenticato in ogni città della ricchezza e degli sprechi, in ogni quartiere, forse in ogni casa.
Lasciato solo con il suo male: picchiato, umiliato, recluso, sfruttato da chi più dovrebbe amarlo, violato nello spirito e nel corpo.
Lasciato solo con il suo apparente bene: circondato di cose futili, rimbambito dai vizi e dalle coccole, enfiato di merende chimiche, spesso parcheggiato in scuole a tempo inutilmente pieno, abbandonato per lunghi pomeriggi davanti a un televisore, costretto a esercitazioni sgradite o a sport per lui inadatti.
La gente che si dice civile si dimentica di lui come si dimentica dei poveri: nelle vie delle profferte gastronomiche e delle mode-tentazione, la miseriae quella che fa breccia nel sipario dorato, e si mostra e grida, è vista come puro accidente, lapsus della natura da rimuovere, da esorcizzare in fretta. Ma c’è anche chi combatte le miserie della porta accanto e le grandi miserie lontane, del Terzo Mondo piegato dalle carestie, epidemie, flagelli.
Un’altra povertà, di cui è vittima, è la povertà di difese dalle violenze, dagli abusi ancora incredibilmente possibili, ancora troppo frequenti dentro le mura domestiche che dovrebbero essere rassicuranti, protettive (e ancora troppo strillati sui giornali: è atroce abuso anche puntare il riflettore sul volto d’una bambina stuprata).
E’ la povertà di istruzione, negata per esempio agli alunni della Napoli miserabile, respinti dalle scuole nelle braccia della camorra. E’, più subdola e diffusa, la povertà di affetto, attenzione, rispetto, di cui soffrono bambini e adolescenti che crediamo appagati, sereni, felici, in famiglie che vediamo concordi, benestanti, normali.
Dimenticato non è soltanto il bambino ingiustamente bocciato (o promosso d’ufficio senza mai averlo visto in classe); non è soltanto il piccolo sieropositivo che nessuno vuole adottar; il ragazzino catturato dai mercanti nell’abisso della droga. Dimenticato può essere vostro figlio: gli date tutto e si sente povero, lo lasciate libero e si sente assediato. Che cosa non funziona?
Lasciato solo con il suo male: picchiato, umiliato, recluso, sfruttato da chi più dovrebbe amarlo, violato nello spirito e nel corpo.
Lasciato solo con il suo apparente bene: circondato di cose futili, rimbambito dai vizi e dalle coccole, enfiato di merende chimiche, spesso parcheggiato in scuole a tempo inutilmente pieno, abbandonato per lunghi pomeriggi davanti a un televisore, costretto a esercitazioni sgradite o a sport per lui inadatti.
La gente che si dice civile si dimentica di lui come si dimentica dei poveri: nelle vie delle profferte gastronomiche e delle mode-tentazione, la miseria
Un’altra povertà, di cui è vittima
E’ la povertà di istruzione, negata per esempio agli alunni della Napoli miserabile, respinti dalle scuole nelle braccia della camorra. E’, più subdola e diffusa, la povertà di affetto, attenzione, rispetto, di cui soffrono bambini e adolescenti che crediamo appagati, sereni, felici, in famiglie che vediamo concordi, benestanti, normali.
Dimenticato non è soltanto il bambino ingiustamente bocciato (o promosso d’ufficio senza mai averlo visto in classe); non è soltanto il piccolo sieropositivo che nessuno vuole adottar; il ragazzino catturato dai mercanti nell’abisso della droga. Dimenticato può essere vostro figlio: gli date tutto e si sente povero, lo lasciate libero e si sente assediato. Che cosa non funziona?
LE DONNE HANNO DELLE ENERGIE*** che Meravigliano gli Uomini.
Pubblicato da
Vincenzo

Le donne hanno delle energie che meravigliano gli uomini.
Affrontano difficoltà, reggono gravi pesi, però hanno felicità, amore e gioia.
Sorridono quando vorrebbero gridare, cantano quando vorrebbero piangere, piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose.
Lottano per ciò in cui credono.
Si ribellano all’ingiustizia.
Non accettano un ’no’ per risposta quando credono che ci sia una soluzione migliore.
Si privano per mantenere in piedi la famiglia.
Vanno dal medico con un’amica timorosa.
Amano incondizionatamente.
Piangono quando i loro figli hanno successo e si rallegrano per le fortune dei loro amici.
Sono felici quando sentono parlare di un battesimo o un matrimonio.
Il loro cuore si spezza quando muore un’amica.
Soffrono per la perdita di una persona cara.
Senza dubbio sono forti quando pensano di non avere più energie.
Sanno che un bacio e un abbraccio possono aiutare a curare un cuore spezzato.
Non ci sono dubbi però… nella donna c’è un difetto:
ED E’ CHE SI DIMENTICA QUANTO VALE!
Affrontano difficoltà, reggono gravi pesi, però hanno felicità, amore e gioia.
Sorridono quando vorrebbero gridare, cantano quando vorrebbero piangere, piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose.
Lottano per ciò in cui credono.
Si ribellano all’ingiustizia.
Non accettano un ’no’ per risposta quando credono che ci sia una soluzione migliore.
Si privano per mantenere in piedi la famiglia.
Vanno dal medico con un’amica timorosa.
Amano incondizionatamente.
Piangono quando i loro figli hanno successo e si rallegrano per le fortune dei loro amici.
Sono felici quando sentono parlare di un battesimo o un matrimonio.
Il loro cuore si spezza quando muore un’amica.
Soffrono per la perdita di una persona cara.
Senza dubbio sono forti quando pensano di non avere più energie.
Sanno che un bacio e un abbraccio possono aiutare a curare un cuore spezzato.
Non ci sono dubbi però… nella donna c’è un difetto:
ED E’ CHE SI DIMENTICA QUANTO VALE!
martedì 27 luglio 2010
Anticonformismo o Conformismo?
Pubblicato da
Vincenzo
In questa breve sintesi vogliamo stuzzicare il lettore di quelle che sono le convinzioni per le quali molti di noi credono di essere anticonformisti senza rendersi conto di quanto in realtà siano il contrario.
Col crescente sviluppo della civiltà il gruppo di cui facciamo parte si allarga; diventa la cittadinanza nella polis.
Anche il povero romano si sentiva orgoglioso perché poteva dire; Roma e l’Impero erano la sua famiglia, la sua casa, il suo mondo.
Anche nella nostra civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento.
È l’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.
Basti capire il potere della paura di essere diversi, il terrore di trovarsi soli, se pure a qualche passo di distanza dal gregge. La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.
La crescente tendenza all’eliminazione delle differenze è strettamente legata al concetto d’uguaglianza.
Per uguaglianza, nella società contemporanea, s’intende l’uguaglianza degli automi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo.
Sotto questo aspetto bisogna guardare anche ad alcune conquiste, generalmente usate come segni del nostro progresso, come a esempio l’uguaglianza di diritti della donna. Gli aspetti positivi di questa conquista non devono trarre in inganno. L’uguaglianza è ottenuta a questo prezzo: le donne sono uguali perché non sono più differenti.
La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro per farli funzionare in una massa compatta; tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell’uomo. Questa standardizzazione è chiamata.
L’unione ottenuta non è, però, né intensa né profonda; è superficiale. Inoltre, è una soluzione che riguarda la mente, e non il corpo, e anche per questo motivo fallisce.
La soluzione completa sta nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore.
Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l’umanità non sopravvivrebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamola conquista dell’unione interpersonale, ci troviamo in serie difficoltà. La fusione può essere raggiunta in diversi modi, e le differenze non sono meno importanti di quanto v’è in comune tra le varie forme d’amore. Ma sono poi tutte forme d’amore? Oppure dobbiamo riservare la parola a una particolare unione, che è stata la virtù ideale di tutte le grandi religioni e dei sistemi filosofici di quattromila anni di civiltà orientale e occidentale?
Come sempre nelle difficoltà semantiche, la risposta può essere solo arbitraria.
Col crescente sviluppo della civiltà il gruppo di cui facciamo parte si allarga; diventa la cittadinanza nella polis.
Anche il povero romano si sentiva orgoglioso perché poteva dire; Roma e l’Impero erano la sua famiglia, la sua casa, il suo mondo.
Anche nella nostra civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento.
È l’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.
Basti capire il potere della paura di essere diversi, il terrore di trovarsi soli, se pure a qualche passo di distanza dal gregge. La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.
La crescente tendenza all’eliminazione delle differenze è strettamente legata al concetto d’uguaglianza.
Per uguaglianza, nella società contemporanea, s’intende l’uguaglianza degli automi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo.
Sotto questo aspetto bisogna guardare anche ad alcune conquiste, generalmente usate come segni del nostro progresso, come a esempio l’uguaglianza di diritti della donna. Gli aspetti positivi di questa conquista non devono trarre in inganno. L’uguaglianza è ottenuta a questo prezzo: le donne sono uguali perché non sono più differenti.
La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro per farli funzionare in una massa compatta; tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell’uomo. Questa standardizzazione è chiamata
L’unione ottenuta non è, però, né intensa né profonda; è superficiale. Inoltre, è una soluzione che riguarda la mente, e non il corpo, e anche per questo motivo fallisce.
La soluzione completa sta nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore.
Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l’umanità non sopravvivrebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamo
Come sempre nelle difficoltà semantiche, la risposta può essere solo arbitraria.
