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venerdì 5 settembre 2014

LA MORTE NON E' NIENTE

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. 

Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.

Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. 

Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. 

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.

Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

sabato 11 giugno 2011

Bambino (di Alda Merini)

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

Alda Merini

A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

Alda Merini, da "La vita facile"

venerdì 31 dicembre 2010

LA FILASTROCCA DEL .......... ( Indovinalo! )

Non vorrei crear scalpore
parlarne con tanto ardore
ma il mio cuore vuole ricordare
di un organo che fa creare.

Se lo guardi con sospetto
gli devi portare rispetto
senza trucco e senza inganno
ti fa divertire tutto l'anno.

Nella vita la sua gloria
è decantata nella storia
della sua potente forza
lui è fiero quando si sforza.

Anche quando è sudato
non demorde nel suo operato
il suo compito è molto serio
della donna ne è il desiderio.

Lei sempre senza fretta
ansiosa è lì che aspetta
come una farfalla senza ali
gioisce mentre sali.

Andando su e giù
non si vuole fermare più
uscendo tutto tremante
la donna lo cura come una badante.

Finito il suo lavoro
a volte è meglio anche dell'oro
finire questo dì
andando a fare tanta pipì.
( da
http://www.poesieracconti.it/ ; autore: Giuseppe Bellanca )

LA SAPIENZA E LA PAZZIA

Un giorno la sapienza disse alla pazzia :
“Nun te sopporto più cara sorella mia,
‘na vorta eri un pochino limitata,
mò ner monno te sei troppo sviluppata.

Agisci senza più nessun ritegno
ed ogni giorno passi sempre er segno.
La cronaca è piena della tu’ azione:
omicidi, furti, stupri e stragi a ripetizione.

Nun c’è tregua, nun c’è più respiro,
te servi financo della violenza dell’emiro.
Cerca de stà tranquilla pe un po’ d’anni
e lassacce venì fora da tutti questi affanni!”

La pazzia rispose in tono assai severo:
“ È l’omo che me cerca, questo è vero,
è lui che s’è traviato da tant’anni
e nun vò stà dentro a li su’ panni.

Cerca er piacere e danaro a profusione
e questo lo porta a fa ‘na gran confusione.
Pe cui tra la sapienza e la pazzia
sceglie sempre me sorella mia! “
( da
http://www.poesieracconti.it/ ; autore: Vittorio Luciano Banda )

Pe quilli che se creduno potenti

Na favula antica dice
che u leone
un jorno se chiese
perché tutte e bestie der desertu
je portassero un grossu rispettu
je faciono inchini e riverenze
come lu cortigianu
ar cospetto dellu sovranu.

Inurguglitu pe ste parvenze
pensava che je le facessero cor core
je convenia certu
esse lu re dellu desertu.

Ma quanno le forze
co l'età , vennero menu
allor se accorse
de a verità in pieno
der monno farso ipocrita ed ingratu
capì che era statu ludatu e rispettatu
da chi non vulia esse da lue magnatu.

S'artrovò cosci' solu, derisu, abbandonatu
da tutti l'animali der desertu,
che avia risparmiatu...

sta favola antica, perla de saggezza
fu scritta pe quill'ommini
che da jovani se credono potenti,
d'intomorì l'andri co la roganza
ce se fonno scudo e prepotenza
ma poi co a vecchiara, senza più a forza
magnati da a debolezza
se rosicano l'armasti denti.
( da
http://www.poesieracconti.it/ ; autore: Loretta Margherita Citarei )

ER NONNO

er bimbo disse ar nonno dimme un po'
tu che sei grande ed ai vissuto gia'
me devi di ma come è fatto er monno?
er monno bello mio è na' gran cosa
c è so' le piante che danno ogni cosa
c è er sole er mare e pure tanti fiori
c è er poveraccio e pure li signori
per poveraccio er monno è stato ingrato
da quanno è nato che ia' regalato
fatica, fede, ansie e tanti affanni
che crescono pian piano come l'anni
poi c è sta chi ner monno cia' ricchezza
e della vita cia' solo bellezza
le macchine le case li gioielli
le feste vita agiata e tanti sogni
che sfrutta debolezze ed i bisogni
de grande parte dell'umanita'
ma allora nonno mio come me dici
er monno è fatto male è mal creato
ma va nun da' retta a un vecchio btontolone
quello che o detto me lo so' inventato
er monno è bello è tutta na' finzione
solo... solo chi a fatto l'omo s è sbaiato
( da
http://www.poesieracconti.it/ ; autore: Carlo Brunazzo )

giovedì 23 dicembre 2010

IL ROSPO di Victor Hugo (Traduzione di G. Pascoli)

Era un tramonto dopo il temporale.
C'era a ponente un cumulo di cirri
color di rosa. Presso la rotaia
d'un'erbosa viottola, sull'orlo
d'una pozza, era un rospo. Egli guardava
il cielo intenerito dalla pioggia;
e le foglie degli alberi bagnate
parean tinte di porpora, e le pozze
annugolate come madreperla.
Nel dì che si velava, anche il fringuello
velava il canto, e, dopo il bombar lungo
del giorno nero, pace era nel cielo
e nella terra.

Un uomo che passava
vide la schifa bestia; e con un forte
brivido la calcò col suo calcagno...
Venne una donna con un fiore al busto,
ed in un occhio le cacciò l'ombrella...
Quattro ragazzi vennero sereni,
allegri, biondi: ognuno avea sua madre,
a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia! –
dissero. Il rospo andava saltelloni
per la scabra viottola cercando
la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi
con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,
a straziarlo. Sotto i colpi il rospo
schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo! –
L'occhio strappato ed una zampa cionca,
cincischiato, slogato, insanguinato,
non era morto; e gli voleano i bimbi
gettare un laccio, ma scivolò via
arrancando. Incontrò la carreggiata,
vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.
Ed i fanciulli in estasi e in furore
s'erano certo divertiti un mondo.
- Guarda, Pietro! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!
Prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.
E, rossi in viso, empivano di strilli
la dolce sera. Intanto uno rinvenne
con una grossa lastra: - Ecco trovato! –
A stento la reggea con le due mani
piccole, e s'aiutava coi ginocchi.
- Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri
a bocca aperta, senza batter ciglio,
stavano intorno con la gioia in cuore.
E quello alzò la lastra. Uno... due...

Quando
videro un carro che venia tirato,
là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,
con gli ossi fuori e con la pelle rotta.
Il barroccio veniva cigolando
nei solchi delle ruote, trascinato
dalla povera bestia. Essa il barroccio
tirava, e avea due cestoni indosso.
La stalla, dopo un giorno di fatica,
era ancor lungi; il barrocciaio urlava,
e segnava ciascun: - arrì - d'un colpo.
Il solco delle rote era profondo,
pieno di melma, e così stretto e duro
ch'ogni giro di rota era uno strappo.
L'asino s'avanzava, rantolando
tra una nuvola d'urla e di percosse.
La strada era in pendio: tutto il gran carro
pesava sopra il ciuco e lo spingeva.
Ed i fanciulli videro, e, gridando
al lor compagno: - Fermo con la pietra! –
dissero: - il carro passerà sul rospo;
c'è più gusto così.-

Dunque, in attesa,
sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.
Ecco, scendendo per la carreggiata,
dove il mostro attendea d'esser infranto,
l'asino vide il rospo: e triste, curvo
sopra un più tristo, stracco, rotto, morto,
sembrò fiutarlo con la testa bassa.
Il forzato, il dannato, il torturato,
oh! fece grazia! Le sue forze spente
raccolse, e irrigidendo aspre le corde
sugli spellati muscoli, ed alzando
il grave basto, e resistendo ai colpi
del barrocciaio, trasse con un secco
scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,
lasciando vivo dietro lui quel gramo.
Poi riprese la via sotto il randello.
Allor nel cielo azzurro, dove un astro
già pullulava, intesero i fanciulli
Uno che disse: - Siate buoni, o figli. -

Victor Hugo (Traduzione di G. Pascoli)

sabato 18 dicembre 2010

LA NASCITA

Ecco all’improvviso illuminarsi l’anima , palpita e freme dell’emozione il corpo e saggi della vita un emozione nuova, in te da te nel suo primo gemito e già lo senti tuo, i suoi occhi i tuoi un tutt’uno ed il tuo cuore batte in lui che con le dita cerca il tuo seno per dissetarsi del tuo amore che mai avrà fine!