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lunedì 28 giugno 2021

 PLATONE, Simposio, IV secolo A.C.

domenica 28 settembre 2014

24 ANNI FA' LA STIDDA UCCIDEVA ROSARIO LIVATINO, GIUDICE E SERVO DI DIO

Il 21 settembre del 1990, alle 8 del mattino, a Canicattì, Rosario Livatino era salito a bordo della propria Ford amaranto per andare al lavoro al Tribunale di Agrigento. Mancavano appena due settimane al suo 38° compleanno.
Alle 8.30 sulla statale 640 Agrigento-Caltanissetta veniva raggiunto da un commando e barbaramente trucidato. Il giudice Livatino non aveva scorta, nonostante fosse stato vittima di numerose minacce ed intimidazioni. Oggi sulla stele che ricorda il luogo dell’esecuzione ci sono centinaia di fiori.
Portati da chi non ha dimenticato l’ennesima vittima dello Stato, un giovane coraggioso e timido, che rifuggiva la notorietà ma faceva tremare i mafiosi.
Dopo la sua morte, abbiamo imparato a conoscere dalle pagine dei giornali il suo viso pulito e lo sguardo limpido. E a fare i conti con la tenerezza e la rabbia suscitata dal triste epilogo della vita del “giudice ragazzino”.
Ad ucciderlo, quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, individuati grazie alle dichiarazioni di un testimone oculare, Pietro Nava. Per l’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Paolo Amico, Domenico Pace – catturato in Germania – Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. Ergastolo anche per i mandanti: Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Paria e Giuseppe Montanti, arrestato ad Acapulco, in Messico.
Rosario Livatino aveva messo in ginocchio la Stidda attraverso la confisca dei beni. Ne era fermamente convinto: senza le risorse economiche necessarie all’organizzazione dei clan, la criminalità non poteva evitare di compiere quei passi falsi utili a svelare i traffici illeciti. Le sue ricerche si erano concentrate soprattutto sulle intricate relazioni tra uomini della pubblica amministrazione, imprenditori e politici, anticipando quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana.
Ma Rosario Livatino era molto di più. Aveva saputo coniugare l’impegno im magistratura e le lunghe giornate trascorse in tribunale con una interiorità profondamente permeata dagli insegnamenti del Vangelo. “Martire della giustizia e indirettamente della fede”: così lo definì Giovanni Paolo II.
Il giudice ragazzino infatti, potrebbe salire agli onori degli altari. E in tutta Italia, ed in particolar modo nell’Agrigentino, da tempo è ritenuto da molti dispensatore di grazie e intercessore celeste.
Già nel 1993 la Curia di Agrigento ha incaricato Ida Abate, insegnante di Livatino e custode dei suoi scritti, di raccogliere testimonianze utili per la causa di beatificazione. Il 19 luglio del 2011 il vescovo di Agrigento ha firmato il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì.
Qualche settimana fa l’ennesima importante testimonianza. Sul cellulare di don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione e cugino del giudice, è arrivata la telefonata di una signora pugliese di 50 anni: “Avevo la leucemia e il giudice Livatino mi ha guarita”.
“Ho sentito anche i familiari di questa signora – ha dichiarato alla stampa don Livatino – che mi hanno confermato che la loro congiunta era malata di leucemia e che ben poche erano le speranze di una guarigione. Mi hanno detto che mi manderanno una relazione e copia degli esami e delle certificazioni dei medici. Attendiamo intanto questi documenti per cominciare ad esaminare il caso”.
Agli atti, anche il fascicolo riguardante un’altra guarigione attribuita al giudice ragazzino, quella di Elena Valdetara Canale di Pavia.
Nel 1993 la signora scoprì di avere una leucemia all’apparato linfatico. Poco tempo dopo sognò un uomo che non conosceva, in abiti sacerdotali. “La forza di guarigione è dentro di te – le disse – quando la trovai riuscirai a guarire a aiuterai gli altri bambini”.
Nel 1996, dopo essersi sottoposta ad estenuanti cicli terapeutici, la signora Elena, sfogliando un giornale, vide la foto del giudice ragazzino e riconobbe il volto dell’uomo che aveva sognato tre anni prima e di cui l’articolo descriveva le grandi virtù cristiane.
“Il 20 settembre del 1996, eravamo alla vigilia del sesto anniversario del martirio di Livatino – ha dichiarato la donna – e le analisi radiologiche mostrarono la recessione della malattia. Da allora io sto bene, sono guarita”.
Rosario Livatino attualmente è servo di Dio. “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”: è questo l’insegnamento più importante del giudice ragazzino.

venerdì 5 settembre 2014

Anticonformismo o Conformismo?

In questa breve sintesi vogliamo stuzzicare il lettore di quelle che sono le convinzioni per le quali molti di noi credono di essere anticonformisti senza rendersi conto di quanto in realtà siano il contrario.
Col crescente sviluppo della civiltà il gruppo di cui facciamo parte si allarga; diventa la cittadinanza nella polis.
Anche il povero romano si sentiva orgoglioso perché poteva dire << civis romanus sum >>; Roma e l’Impero erano la sua famiglia, la sua casa, il suo mondo.
Anche nella nostra civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento.
È l’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.
Basti capire il potere della paura di essere diversi, il terrore di trovarsi soli, se pure a qualche passo di distanza dal gregge. La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.
La crescente tendenza all’eliminazione delle differenze è strettamente legata al concetto d’uguaglianza.
Per uguaglianza, nella società contemporanea, s’intende l’uguaglianza degli automi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo.
Sotto questo aspetto bisogna guardare anche ad alcune conquiste, generalmente usate come segni del nostro progresso, come a esempio l’uguaglianza di diritti della donna. Gli aspetti positivi di questa conquista non devono trarre in inganno. L’uguaglianza è ottenuta a questo prezzo: le donne sono uguali perché non sono più differenti.
La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro per farli funzionare in una massa compatta; tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell’uomo. Questa standardizzazione è chiamata <>.
L’unione ottenuta non è, però, né intensa né profonda; è superficiale. Inoltre, è una soluzione che riguarda la mente, e non il corpo, e anche per questo motivo fallisce.
La soluzione completa sta nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore.
Il mancato raggiungimento di questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l’umanità non sopravvivrebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamo <> la conquista dell’unione interpersonale, ci troviamo in serie difficoltà. La fusione può essere raggiunta in diversi modi, e le differenze non sono meno importanti di quanto v’è in comune tra le varie forme d’amore. Ma sono poi tutte forme d’amore? Oppure dobbiamo riservare la parola <> a una particolare unione, che è stata la virtù ideale di tutte le grandi religioni e dei sistemi filosofici di quattromila anni di civiltà orientale e occidentale?
Come sempre nelle difficoltà semantiche, la risposta può essere solo arbitraria.

La Verità e la Favola

La Verità, dicono, se ne va nuda e abita in fondo a un pozzo. Un giorno, forse annoiata di quella sua profonda solitudine, uscì dal pozzo e si avviò tra la gente. Bella idea! Subito i primi che la videro se la diedero a gambe. La Verità provò a bussare a qualche casa: le sbatterono la porta in faccia. Nessuno voleva accoglierla. La Verità, umiliata e intirizzita, prese una strada di campagna.
Ed ecco venirle incontro una bella signora tutta vestita di trine e di sete, impiumata come uno struzzo, ricoperta di gioielli, falsi i più, ma sfavillanti: era la Favola.
- Oh, buon giorno! - disse la Favola, cordiale. - Ma che diavolo fai così sola soletta per questo stradone?
- Lo vedi - rispose malinconicamente la Verità - sto morendo di freddo. Non c'è un cane che voglia sapere di me. Scappano tutti appena mi avvicino.
- Eppure - replicò la Favola - eppure tu e io siamo parenti strette, e io, dove vado, sono assai bene accolta. Però capisco -soggiunse ridendo. -  Tu hai un torto: ti presenti troppo poco vestita... No, no! Sai che cosa faremo? Riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme, da buone sorelle. Vedrai, converrà a tutte e due. I savi accoglieranno me in grazia della Verità che nascondo e i pazzi faranno festa a te perché sarai frusciante delle mie sete e luccicante de' miei gioielli.

venerdì 27 maggio 2011

Eraclito, l'Armonia nascosta

L'armonia nascosta
è migliore di quella apparente.
L'opposizione porta l'accordo.
Dalla discordia nasce
l'armonia più bella.
E' nel mutamento
che le cose trovano quiete.
La gente non capisce
come ciò che è in disaccordo con se stesso
porti in sé armonia.
Esiste un'armonia nell'attrito
come nel caso dell'archetto e della lire.
L'archetto si chiama vita
ma lavora per la morte. (1)


(1)Osho, L'Armonia nascosta. Discorsi sui Frammenti di Eraclito,
ECIG, Genova 2003.